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A Cesare quel che è di Cesare. A Dio quel che è di Dio. Oppure no?

Da l 7 gennaio a piazza San Giovanni a Roma sono accampati vari ragazzi provenienti da Spagna, Belgio, Finlandia, un paio arrivano dalla piazza newyorkese di(Occupy) Wall Street, c’è un’australiana. Partecipano a una marcia partita il 7 novembre da Nizza e diretta ad Atene, e durante la tappa di Roma hanno istituito un’Agorà, cioè un’assemblea permanente aperta a tutti i cittadini per discutere di svariati temi, dalla crisi economica alla speculazione finanziaria mondiale, passando per le probabili ed auspicabili forme di partecipazione.

Sabato 14 gennaio decidono di andare a piazza San Pietro dove il presidente del Consiglio Mario Monti è in udienza dal papa: seduti in cerchio, urlano slogan come «No violenza!», alzano in aria le mani bianche in segno di pace. Ma il loro messaggio e la loro richiesta di soluzioni hanno avuto in risposta, come al solito, solo manganelli; le forze dell’ordine hanno fermato tre di loro e quando gli altri hanno provato a impedire che una volante lasciasse la piazza portando con sé i ragazzi, sono partite le cariche di alleggerimento, che tanto “leggere” non sono. Nasi sanguinanti e colluttazioni davanti allo sguardo sbigottito, e al silenzio imbarazzante, dei fedeli.

Alcuni di loro dicono: «Non ci aspettavamo l’intervento del Vaticano, ma almeno ci speravamo». Effettivamente un intervento c’è stato anche non proprio quello di condanna alla violenza che gli indignados si aspettavano. Giunge infatti nella serata di sabato la dichiarazione del direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi: «Per le azioni compiute e le espressioni usate, gli indignados hanno voluto utilizzare la piazza in modo evidentemente improprio, non coerente con la natura del luogo, e quindi è stato ritenuto giusto e opportuno allontanarli, con la collaborazione delle forze dell’ordine». Risponde di contro Giovanni, 24 anni, uno dei pochi a parlare italiano: «Siamo venuti a manifestare a San Pietro, per riappropriarci di una piazza che come tutte le altre deve essere del popolo. Il nostro è stato anche un gesto simbolico per sottolineare che l’istituzione-Vaticano ha tante ricchezze e non paga le tasse, non paga la crisi».

E’ evidente che in un momento di crisi totale e destabilizzante come questo, dove i disoccupati continuano a suicidarsi con una cadenza allarmante, il ministro del Lavoro piange in diretta chiedendo ai cittadini duri sacrifici, dove si fanno i conti con la tassa sulla prima casa che, e sembra addirittura scontato ribadirlo, non si tratta di bene di lusso, ma spesso soltanto frutto di anni di sacrifici, stona la campana di vetro nella quale vive la Chiesa. Che usufruisce di forti agevolazioni fiscali, giustificate da finalità assistenziali, sanitarie o educative di alcune sue attività. L’Ici, ad esempio. Circa gli immobili a uso commerciale la questione fu oggetto di vari studi e discussioni fino a che nel 2005 il governo Berlusconi, a pochi mesi dallo scioglimento delle Camere e quindi dall’inizio della campagna elettorale, la elimina in maniera totale e definitiva da ogni tipo di immobile appartenente alla Chiesa. Nel 2007 Prodi modifica leggermente il decreto prevedendo che l’esenzione dell’ICI si possa applicare solo agli immobili dalle finalità “non esclusivamente commerciali”.  Il risparmio annuo per la Chiesa e la conseguente perdita per il fisco italiano si aggira intorno ai 500milioni di euro l’anno. La legge in questione è da tempo oggetto di indagini da parte dell’Unione Europea.

Vale la pena notare poi un’altra bizzarra “eccezione”: la fornitura idrica è gratuita per la Città del Vaticano, come previsto dall’articolo 6 del Trattato tra il Vaticano e il Regno d’Italia del 1929. Accordo non modificato con la revisione del Concordato del 1984.

Un’inchiesta dell’UAAR (Unione atei agnostici razionalisti) rende pubblici i finanziamenti alla Chiesa, cioè quanto la Chiesa vada a prelevare ogni anno dalle tasche dei cittadini e come dato finale emerge la cifra di più di 6 miliardi l’anno. Va a concorrere alla formazione di questa enorme cifra l’ 8×1000, meccanismo creato da Giulio Tremonti attraverso il quale i soggetti abilitati a ricevere questa donazione, tra cui spicca naturalmente la Chiesa, si spartiscono in proporzione anche le quote di chi decide di non destinarlo a nessuno. E chi prende questa decisione è la maggioranza delle persone.

Va a finire così che alla Chiesa, naturalmente la più scelta, vanno i circa 400 milioni ad essa destinati da cittadini devoti, ai quale si aggiungono altri 650 milioni circa non dovuti. Per non parlare della parte dell’8×1000 destinata agli edifici di culto.

Un’altra sostanziosa parte di questi sei miliardi, arriva nelle tasche della Chiesa sotto forma di contributi alle scuole private cattoliche o di stipendi per gli insegnanti di religione nella scuola pubblica. Ci ritroviamo a pagare, anche noi non credenti, affinché le nuove generazioni vengano cresciute seguendo degli insegnamenti in cui non crediamo.

D’altra parte cosa dobbiamo aspettarci? La Chiesa professa amore, carità, accoglienza, pace. La stessa Chiesa che sabato ha lasciato che venissero manganellati dei giovani innocui, la stessa Chiesa che si ostina a non porsi il problema della crisi economica e dei sacrifici richiesti ai cittadini.

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